11º Edizione 2007
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TEATRO DELLA MEMORIA


Ogni anno all’interno del Valsusa FilmFest, grazie alla preziosa collaborazione con l’attore e regista Marco Alotto, prende corpo il progetto Teatro della Memoria che vede la produzione di uno spettacolo con la partecipazione di attori non professionisti in un lavoro di ricerca che dura per un anno intero e si concretizza in uno spettacolo sul recupero della memoria storica della valle di Susa.

 

Il progetto Teatro della Memoria affronta quest’anno il tema
dell’ambiente e della qualità di vita nella valle di  Susa.
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Consiglio regionale del Piemonte

Provincia di Torino

Comunità Montana bassa Valle di Susa e Val Cenischia

Comuni di Condove, Borgone di Susa, Bruzolo, San Didero

Valsusa FilmFest

ITACA associazione teatrale

A.C.T.I. Teatri Indipendenti

 

presentano

 

fuoco  eterno  e  fumi  permanenti

RICORDATI  DI  SANTIFICARE  LE  FESTE

uno spettacolo di Marco Alotto

 

collaborazione drammaturgica Alessandra Rossi Ghiglione

spazio sonoro Stefano Morino

disegno luci Oliviero Alotto

movimenti coreografici Barbara Lazzarin
foto Marco Donatiello

 BORGONE

Ex Cotonifici Valle Susa

Via A. Abegg 43

venerdì 4 maggio ore 21:00

sabato 5 maggio ore 21:00

 

CONDOVE

via Roma 4b

domenica 6 maggio ore 21:00

 

Ingresso € 4,00

 

Il primo,  lavorare. Il secondo, lavorare. Il terzo, lavorare. Il quarto, lavorare.
Il quinto, lavorare. Il sesto, lavorare. Il settimo, riposare.

 

Così si misura il tempo, il ritmo di settimane che, sommate, fanno mesi e fanno anni e fanno vite e le disfanno. Il settimo giorno è segnato in rosso sui calendari, si chiama Domenica, come alcune donne placide, è un giorno “femminile” quello che chiude la settimana che dà il senso al lavoro, perché crea una rottura, una pausa che racconta la fatica. Nella storia del nome si legge che è «giorno del Signore», giorno da dedicare a Dio, ma il giorno del riposo restituisce anche l’uomo a se stesso: i muscoli al corpo, il sonno alla mente, l’infinito all’anima.

Ma sono cambiati gli dei e presto cambieranno i calendari. Si sta affermando un epigono del potente Vulcano, signore del fuoco della fiamma incandescente, mago alchimista che fonde il ferro, scioglie la forza di punte e spigoli e forza ricrea, modellando una melassa di metallo, dio depositario dei segreti della trasformazione, ha ormai preso possesso dei cieli e della terra, di tutti i giorni della settimana. Un dio profitto, un dio approfittatore, un dio padrone, un dio padrone della fabbrica che ogni giorno lo chiede per sé: è domenica tutti i giorni, e non si riposa mai.

E poi perché il riposo? Per riposare ci sarà tempo più avanti, intanto lavorando maturate gli interessi - è inutile preoccuparsi ora - presto riposerete per sempre.

Lavorare, per esempio, è una fabbrica, per esempio un’acciaieria, un luogo fisico inserito in un territorio, l’ambiente di lavoro che si radica nell’ambiente. La fabbrica è tempo imposto, sudore, chiacchiera, sudore, chiacchiera, muscolo, polvere, mal di schiena, male oscuro, nascosto, che per vederlo serve una vista speciale. La fabbrica è guerra senza tregua fino all’armistizio della pensione.

Cosa succede nella fabbrica? La fabbrica trasforma. La ricetta è semplice, alchimia elementare: materie prime + macchinari + energia + forza lavoro = prodotto + sostanze di scarto. La ricetta è semplice ma non è pulita, l’alchimia non è scienza innocua. I prodotti finiti sono destinati al mercato, dove produrranno profitti, gli scarti, trascurati e lasciati a se stessi non trovano ostacoli e tornano ad integrarsi nel ciclo naturale. A volte gli scarti diventano materiale per qualcos’altro.

Presto la fabbrica è dappertutto. È nel pane, nelle piante dell’orto, nel fieno, nel latte, nell’aria, nell’acqua, sul bucato steso ad asciugare, così come è nel corpo: nei polmoni, nel sangue, nel muscolo, nell’occhio. È fumo, nuvola, batterio che si annida, è pianta, è frutto, è pasto giornaliero. La fabbrica continua a trasformare, crea nuova vita mutante, cellule instabili, nuove forme, gusti, odori, porta nemici all’organismo, dai nomi noti o misteriosi come amianto, cesio, tetraclorodibenzopidiossina. La fabbrica è il tuo pane quotidiano, la fabbrica si mangia; la fabbrica ti mangia. La fabbrica è pericolo di morte improvvisa, singola, accidentale, pericolo di esplosione catastrofe collettiva, ed è veleno, morte lenta, distillata poco alla volta, morte che consuma, contaminazione. Così la fabbrica non è informazione sulla salute, non è trasparenza, non è misure di sicurezza, non è garanzia di arrivare sani alla pensione.

In scena dunque, in questo secondo capitolo di un Decalogo provocatoriamente contemporaneo, i temi del lavoro e dell’ambiente, il ritratto di un mondo in cui il tempo si sovrappone e si stratifica. Immagini e voci si alternano in scena mescolando ricordi del passato azioni del presente e allarmanti visioni future, tramite un rapporto di sfasamento e asincronia tra gesto e parola per raccontare una logica di causa-effetto sfuggita ormai al controllo, un’agire tardivo. Tre livelli di racconto si mescolano a simboleggiare un’umanità che è ancora collettività, rete di rapporti: due gruppi solidali, gli uomini e le donne, che si dividono i compiti, che si spartiscono il lavoro e il tempo, che si interrogano sulla trasformazione e poi un terzo nucleo: voci, corpi da un futuro forse prossimo, una specie ancora senza nome di ibridi mutanti: forse i primi esemplari dell’homo alchemicus dall’incerto futuro.

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