Bruno Carli

Bruno era molto amato, in particolare dai giovani: la sua arma era uno spiccato senso dell'ironia unito ad una grande capacità comunicativa. Il Valsusa Filmfest vuole ricordarlo in un modo concreto, istituendo il "PREMIO BRUNO CARLI" che consiste nel viaggio e nell'ospitalità (nei giorni a ridosso del 25 Aprile) di giovani esponenti di piccole realtà impegnate sul territorio in difesa dei diritti e dell'ambiente, in quella che a buon titolo può essere definita Nuova Resistenza.


La vita

E' stato detto, è stato scritto, che Bruno Carli era "la memoria storica della valle di Susa", ma si fa fatica a pochi giorni dalla sua morte (21 luglio) parlarne al passato.

Il papà Michele era ferroviere, in trasferta a Trieste dove Bruno è nato il 17 aprile del 1927, la madre Giuseppina, diventerà nel periodo della Resistenza e anche negli anni successivi, un punto di riferimento, tutti la chiamavano zia Pina, e questo nome era diventato così comune che anche il figlio Bruno la chiamava così, ricorda la moglie Marcella.

Bruno aveva due fratelli Carlo e Mario, il primogenito Carlo prese parte in modo attivo alla lotta di Liberazione, studente universitario in chimica, sottotenente di artiglieria alpina dopo l'8 settembre organizzò insieme a Walter Fontan, Felice Cima, Marcello Albertazzi, don Francesco Foglia, Sergio Bellone e molti altri le prime bande partigiane a San Giorio.

Carlo viene ricordato da tutti per le sue doti di intelligenza e capacità organizzative, all'età di 24 anni muore in un agguato ad Avigliana il 21 gennaio del 1944. Bruno aveva 16 anni, la sua vita viene segnata da questa morte. Anche lui decide di prendere parte alla lotta partigiana, per un breve periodo farà parte dei Gap. "Sono in pochi a ricordarlo" commenta Ugo Berga, "ma Bruno venne impiegato come staffetta in città, poi non resse a quella vita e decise di ritornare in montagna con noi. Per via della sua giovane età poteva muoversi indisturbato e tenere i collegamenti fra Torino e le bande operanti in valle. L'impegno non era meno pericoloso ma l'ambiente più amichevole. Dal suo intercalare triestino lo avevamo soprannominato mona" Il giorno del funerale di Bruno, molti si sentono traditi da lui, proprio perché più giovane. L'amico Sergio Alberti commenta sconsolato che anche questa volta è stato "fregato" come quando erano in montagna. "Facevamo i turni per fare la guardia, quando toccava a lui mi lasciavo sempre fregare, si lamentava di dolori di pancia e allora dovevo sostituirlo io. In realtà crollava dal sonno, faceva la commedia, lo sapevo benissimo ma mi facevo commuovere, era così giovane". Per contro, Bruno avrebbe dato tutto per essere ammesso a certe riunioni che i vertici facevano nella canonica di don Pautasso, era lui stesso a ricordarlo: "Volevo sempre essere presente alle loro riunioni ma don Luigi Pautasso mi diceva: it' ses tròp gagno, e mi metteva fuori a fare la guardia".

"Finito il giuramento a Garda, sopra San Giorgio c'era stata la famosa mangiata dei gnocchi", racconta Ugo Berga, "li ricordo stesi ad asciugare fuori della casa, sull'aia, solo Bruno Carli non li ha mangiati, perché sua mamma era venuta al giuramento per salutare l'altro figlio il comandante Carlol e così si era portata a casa Bruno, perché almeno un figlio fosse a pranzo con lei". Quaranta giorni dopo, la mamma di Bruno veniva chiamata ad Avigliana per l'identificazione del figlio Carlo. La donna viene percossa e insultata.

E' toccato proprio all'unico che non ha assaggiato i gnocchi, il giorno del giuramento in Garda, raccogliere il testimone ed essere oratore ufficiale, in tutti gli anni a venire, in tutte le manifestazioni, per ricordare e commemorare la Resistenza. La casa di Bruno Carli è un archivio; dal giorno dopo che è finita la guerra ha iniziato a lavorare sulla ricerca, ha trascorso tutta la vita a raccogliere, catalogare. Per non dimenticare. Parola d'ordine in tempi di pace: "Non si butta mai via niente", anzi, si va a raccattare quando gli altri decidono di disfarsi di qualche cosa. Bruno subisce il fascino di tutto ciò che è appartenuto al passato. La storia, e quindi il senso della vita, la si può capire attraverso i documenti, i giornali, gli oggetti che sono appartenuti al passato. Il vero eroe di casa è Marcella la moglie, qualche volta borbotta ma più spesso anche lei cataloga. A casa di Bruno Carli si può trovare quasi tutto: la raccolta completa dei giornali fascisti, cartoline militari, documenti rari del comando tedesco, manifesti dei Comitati Civici, foto, decorazioni, sonetti di vecchie canzoni, le prime macchine da scrivere dell'Olivetti, raccolte di bicchieri dell'inizio secolo, le carte di prestigiosi menù dei ristoranti dell'alta Savoia…e anche il libretto di nozze di Palmiro Togliatti e Rita Montagnana. Carli lo ha avuto da Ugo Berga, nipote della Montagnana, insieme a lettere, giornali, ricordi di tutta una vita.

Per anni ha bazzicato nei mercatini, al Baloon era di casa, gran venditore (ha lavorato all'Olivetti come impiegato addetto all'ufficio vendite per le famose macchine da scrivere), conosceva l'arte delle contrattazioni, dell'acquisto. "Mai far capire al venditore che un pezzo è raro, è importante, che interessa". Due passi avanti e uno indietro, quante volte Bruno mimava gli atteggiamenti da tenere. Per portare via a poco prezzo, cose favolose, ma scrostate, annerite dal tempo, poco considerate, la prima cosa da fare era imparare a trattenersi dalle esclamazioni. Tutto materiale che negli anni gli è servito ad organizzare splendide mostre.

Bruno amava tutto, amava la vita, era un goloso di carne impanata con patatine, come di molte altre cose. Ogni tanto iniziava a raccontare le cose per cui andava pazzo, lo fermavamo, dicendo che faceva prima a dirci quello che non gli piaceva.

Certe furbate, non gli piacevano, certe scorciatoie, certi revisionismi storici, certi accomodamenti. Pochi giorni prima di morire aveva commentato alterandosi, come sapeva fare lui, libri sulla storia presentati sia da Fassino che da Fini. "Aspettate che siamo tutti morti, almeno, prima di applicare questa par condicio".

Nella sede dell'Anpi di Bussoleno si cercano alcune foto, Giovanni Peirolo, Mario Solara, si soffermano a guardarle, ad ogni foto un commento, un ricordo. Al Provinciale dell'Anpi, al Nazionale, alla riunione del Comitato tale e tal'altro.

Le intemperanze di Bruno che vengono ricordate sono molte. Litigava e mandava a quel paese senza problemi. Poi, qualche volta riprendeva il confronto, con qualcuno invece aveva chiuso i rapporti per sempre. Grande comunicatore, ha trascorso una vita ad incontrare i ragazzi nelle scuole, ed era propenso a schierarsi sempre più facilmente con loro, quando qualcosa andava storto. Sosteneva che i ragazzi vanno preparati dagli insegnanti agli incontri: "Non si può pretendere di buttare una classe allo sbaraglio e sperare che seguano".

Si era arrabbiato moltissimo lo scorso anno durante la permanenza a Bussoleno del treno della deportazione, proprio perché alcuni ragazzi lo avevano preso come un gioco. Ogni anno riusciva a portare dai 400 ai 500 studenti al Pian del Lot, per ricordare i fucilati, coinvolgendo insegnanti, scuole, comune di Torino, un lavoro enorme che faceva in pratica solo con l'aiuto di Marcella. L'associazione che aveva fondato dopo la guerra, Famiglie Caduti e Martiri per la Liberazione, aveva avuto la possibilità di usufruire di una sede in piazza Cavour a Torino vicino alla chiesa ortodossa. Due stanze tenute come sacrario, alle pareti centinaia di fotografie dei caduti partigiani, accanto al nome, la data di nascita e di morte, una testimonianza impressionante. Il materiale fotografico in seguito è stato acquisito dall'Istituto Storico di Torino. Dal '95, Bruno Carli ha dato la sua disponibilità ad essere Presidente del Valsusa Filmfest.

L'idea era nata in seguito ad una serata a Mompantero, organizzata con il Comune e l'Anpi. Bruno notando l'età elevata del pubblico presente, aveva commentato con Carla Gobetti e altri, sulla necessità di coinvolgere i giovani su iniziative nuove. Detto e fatto si è formato un gruppo di lavoro, allargato il più possibile, cinema, ambiente, sociale. Un grande contenitore: Bruno in questi anni ha conosciuto e lavorato con le persone più diverse, non necessariamente cultori della Resistenza, ma ha conquistato tutti. Se durante i discorsi ufficiali, qualche volta Bruno imboccava la strada della retorica, il metodo che ha utilizzato per entrare in relazione con decine e decine di persone, è stato un altro. Gli organizzatori del festival in Bruno hanno conosciuto da subito la sua capacità ad essere brillante, autoironico. Era un maestro, era un capo naturale, un Presidente che sapeva usare la sua autorevolezza mettendosi in gioco con l'ultimo arrivato. Fra tutti si era creata una sinergia speciale, grande libertà di azione, grande fantasia. Sbagliava i nomi di tutti, solo quello di Daniela, chissà come l'aveva imparato subito. Raffinato cultore della bellezza in genere, conosceva l'eleganza e sapeva stare al mondo.

Quando il festival si chiudeva, Bruno partiva per Champorcher, da quarant'anni eletto come residenza estiva, piccolo paese scampato al turismo selvaggio. Ci invitava: venite a trovarmi. Invito niente niente interessato, confessava: " Se venite voi Marcella mi lascia mangiare di più". Anche a Champorcher organizzava le sue mostre, l'ultima, già pronta, sulle cartoline militari, è stata inaugurata ad agosto. Dava molta importanza alle mangiate insieme, ai commenti ironici che seguivano le serate ufficiali. Il dietro le quinte è il patrimonio più grande che ci ha lasciarto. Alcuni episodi legati alla Resistenza, alla sua vita, ce li ha raccontati a notte tarda, forse li ha coloriti un po', ma noi non chiedevamo altro che di essere portati a spasso, sull'onda delle sue parole, tirando a far tardi. Agganciati a lui con gli occhi e con il cuore. Per il resto, come diceva: "Tutte monade".

 

Chiara Sasso


 

22 luglio 2002:    Ci è mancato un pezzo del nostro futuro. 

 

Manifesti, foto, giornali e quaderni del passato, usati come "bombe intelligenti" ovunque ci fosse uno spazio per mettere davanti agli occhi di tutti ciò che può generare il "sonno della ragione".

Un immenso archivio, non semplicemente per ricordare, perché il ricordo non è sufficiente, bensì per capire.

Capire l'oggi e anche il domani, capire che Resistenza può essere scritta in maiuscolo, ma che anche scrivendola in minuscolo si sposta solo l'asse storico ma non la necessità.

Necessità di esserci, sempre, ovunque. Necessità di indignarsi, spiegare, informare.

Poche persone riescono ad essere semplici e profonde, chiare e articolate, amabili ma con la zampa di una tigre.

Se chi ha partecipato al Valsusa Filmfest si sarà seduto, nelle serate dell'inaugurazione, aspettandosi la solita introduzione, ogni volta è andato incontro ad un terremoto: il terremoto delle parole di Bruno Carli che, partendo da una scaletta "innocente", dopo pochi minuti stava colpendo al cuore ciò che più lo indignava: le ingiustizie, l'ipocrisia, il qualunquismo, l'arroganza.

Poco importa che solo raramente azzeccasse i nomi (anche quelli di chi era a lui più vicino), non si sbagliava mai invece nell'arrivare dove aveva deciso, dove l'affondo avrebbe scosso, colpito, fatto pensare. Se, per qualche ragione, c'era bisogno di diplomazia (ingenui noi) annuiva, sorridente…e immancabilmente puntava sul punto , non diplomaticamente, ma con tutta quella autorità che non danno gli anni ma solo una grandissima umanità, intelligenza e comprensione del mondo.

Il nostro presidente, grande privilegio e fortuna.

Avanti anche ai più giovani "Se durante la Resistenza ci fosse stato il rock sarebbe stata di sicuro la nostra musica". Oltre chi pensa di vivere in internet : " Non avete mai visto un disco di pianola? suona per 0 e 1, pieno e vuoto…". Ma soprattutto convinto che il Valsusa Filmfest deve essere un luogo in cui le persone, oltre ad attivare gli occhi e orecchie, trovano lo spazio e il tempo per accendere al neon i cervelli.

Claudia Griglio


Alla grande, come sempre.

Ci avrei giurato che ti trovavo con una delle tue cravatte rosse. Vanitoso e bellissimo, anche adesso. 
Ficcato lì per caso, in una cassa, mentre fuori tutto, dai gerani che debordano, al contrasto del cielo, dalle montagne sfacciate, al sole impietoso, tutto parlava di te, di quell’ingordigia del vivere che conoscevi bene. Che applicavi, andando contro le regole, perché basta conoscerle. E poi si può benissimo rischiare di infrangerle, chi lo ha detto che bisogna vivere da bacchettoni? Fino all’ultimo, ritrovato nelle parole di Laura, di Marcella, beccato con le dita nei barattoli. Non far finta, anche ieri. Non c’era verso, rubavi la vita, passando sfacciato accanto agli aperitivi, tavolini e sedie, consumati all’aperto, e ti ritrovavi con le olive fra le mani: due patatine e via. Elegante e intonato, chi lo avrebbe detto? Uno così, non lo frega nessuno, neppure la morte. 
Di cosa stiamo parlando? 
Di niente, è tutta una rappresentazione. Anche i fiori sono quelli giusti. E’ una ragazza che te li ha portati, cotta dal sole e dalle mungiture, è rimasta con il labbro che tremava, davanti al tuo scherzo, girandosi fra le mani quei quattro rami colorati strappati dal bordo della strada e tenuti insieme da un filo d’erba. "Non dir niente a Marcella", la voce di ragazzo settantenne ci ha abituati alle tue intemperanze. A coprirti. 
E ce ne fossero, di Presidenti pronti a rovesciare schemi. Anche con i nomi: non ne imbroccavi uno. Un po’ ci marciavi. E ridevamo con te, fra di noi, al posto delle riunioni: ridevamo. Ci hai trasmesso la leggerezza della vita: scusa se è poco. Unico, assolutamente, come la tua Resistenza, raccontata a piene mani. Sapevi cantare. Ti hanno visto. Un mese fa? Poco di più? Poco meno. Volevi il motorino e te lo sei portato da Piossasco a Champorcher. Per l’occasione hai messo il casco, lo zainetto sulle spalle. Sei partito, sei in giro, come adesso.

Chiara Sasso


Discorso tenuto dal vice Presidente Piero Midellino al funerale:

mercoledì 24 luglio 2002 ore 15 presso la Comunità Montana Bassa valle di Susa e val Cenischia

Caro Presidente del Valsusa Filmfest

Siamo qui subito per darti un dispiacere

Togliti dalla testa che ti dedichiamo il prossimo festival

Tu sei e rimani il nostro Presidente Insostituibile

Troveremo il modo di farti lavorare anche ora

Ci avevi abituati tutti a scherzare sulla tua morte , pensavamo scherzassi ma anche questa volta hai voluto essere tu ad avere l’ultima parola.

Nel 1995, cinquantenario della Liberazione è venuta l’idea di organizzare un festival sulla memoria storica e sull’ambiente. Ti sei subito entusiasmato.

Un progetto con un segnale forte capace di mettere insieme i ragazzi di un tempo e quelli di oggi, attraverso nuovi strumenti di ricerca di comunicazione.

Attorno a te si è creato un gruppo di lavoro fra persone molto diverse fra loro, appartenenti a storie diverse, ma tu ci hai conquistati tutti, insegnandoci, trasmettendoci per prima cosa la leggerezza della vita.

Insegnandoci che si può anche essere un Monumento Nazionale -come ti chiamavamo per sfotterti, eppure capace di essere autoironico, sempre prima di tutto una battuta, una risata.

Presidente, noi pensavamo spesso di provocarti proponendo eventi diversi, dal jazz ai gruppi rock, ma tu non solo eri sempre d’accordo, Rilanciavi alla grande.

Eravamo noi che faticavamo a starti dietro.

Vietato Vietare, era la tua regola.

Chiunque proponesse l’idea più strampalata tu la raccoglievi.

Permettetemi alcuni ricordi personali

Un viaggio in auto di ritorno da Bardonecchia a Condove, dove ogni montagna, ogni paracarro, ogni fiore, per te era l’occasione per raccontare qualche cosa. Eri una fonte inesauribile di notizie, di dati, di persone conosciute.

Ma quante vite hai vissuto?

Il secondo ricordo che ho è quello degli occhi di Bruno che mi guardavano dalla prima fila quando ero io a parlare sul palco. Mi emozionava e mi inorgogliva incontrare il suo sguardo sapendo che stava attento a quello che dicevo che mi ascoltava anche con il cuore.

Il terzo ricordo è quello di una sera a casa sua a Piossasco, c’era Agnese, Chiara, Massimo ci avevi fatto vedere la raccolta dei sonetti. Avete notato che ora non si canta più? Dicevi, per questo avevi voluto che la quarta edizione avesse come tema fisso Il Silenzio.

Mi ricordo lo stupore nostro quando quella sera ti sei messo a cantare trascinando con te anche Marcella. Si dice che vicino ad un grande uomo c’è sempre una grande donna ed è vero.

Anche per la prossima edizione del festival hai scelto tu il tema, e hai voluto Perché? Una semplice domanda e oggi possiamo chiederlo a te, perché ci hai fatto questo scherzo.

Il Presidente di un festival cinematografico non può che essere salutato con uno stralcio da un film. Terra e libertà di Ken Loach. Sono i versi che una giovane nipote leggerà ai funerali del nonno, dopo aver frugato dentro ad una valigia.

Li dedichiamo a te Presidente e anche a tutti noi che oggi siamo più poveri e soli a tutti quelli che hanno avuto il privilegio di poter frugare dentro la tua valigia di memorie di passioni di valori.

Unisciti alla Battaglia

L’Unica che l’uomo non può perdere

Perché chiunque cada e muoia

Sarà l’esempio per quelli che resteranno

Piero Midellino


Discorso letto da Andrea Galli in occasione dell'inaugurazione della 7a Edizione.

Aprendo il mese scorso l’Assemblea del Valsusa Filmfest nella sala consigliare del Comune, qui a Condove, il vice presidente Piero Midellino ha compiuto un gesto piccolo ma molto bello e significativo. Per ricordare Bruno si è alzato in piedi: non ce ne sarebbe stato bisogno, perché eravamo in una quindicina di persone, e quando si fa una riunione in 15-20, di solito si parla da seduti. Ma lui ha voluto lo stesso alzarsi in piedi. E facendolo ci ha emozionato e commosso tutti quanti perché in quel gesto così semplice c’era dentro tutto l’affetto, il rispetto, la stima, la riconoscenza verso Bruno. Io credo che dovremmo andare avanti così, e fare come Piero ogni volta che insieme ricorderemo e parleremo di Bruno.

I miei ricordi di Bruno sono molto legati anche a questo posto naturalmente, questo piccolo cinema dove è nato il "Valsusa Filmfest", questo piccolo palcoscenico davanti allo schermo da cui lui ci ha parlato tante volte da presidente. L’ultima volta che io l’ho ascoltato proprio qui, è stato alla serata, nella scorsa edizione del festival, dedicata a Sergio Bellone (chi c’era ricorderà che quella sera era anche andata via la corrente, e c’erano due cantastorie che per un po’ si erano esibiti illuminati dalla luce fioca di un’abat-jour reperita in fretta e uria non so come da Piero). E quella sera Bruno ci aveva parlato della figura di Bellone, e ancora una volta di Resistenza, della lotta partigiana fatta da queste parti, ma inserita in un contesto più ampio, ed il suo intervento era stato come tante altre volte una lezione di storia, pagine di storia e di storie che si aprivano davanti ai nostri occhi attraverso le sue testimonianze ed i suoi racconti narrati con quel suo stile arguto, leggero ed appassionato, con quel suo buffo intercalare "non è vero" diceva sempre, e che me lo facevano apparire anche lui a suo modo un cantastorie, un artista di strada di quelli che vanno di piazza in piazza, di paese in paese a raccontare le loro storie d’immagini, di parole e di suoni. Io quella sera sono stato molto contento, perché al termine sono anche stato capace di dirglielo, quanto ascoltare lui riuscisse ogni volta ad essere una lezione di storia, un insegnamento che ti arricchiva dentro che ti emozionava oltre che farti imparare.

Ma Bruno riusciva ad emozionarmi anche quando le parti erano invertite, e cioè quelle volte in cui ero io a parlare, davanti ad un pubblico, e lui seduto tra gli spettatori, quasi sempre nelle primissime file. Mi ricordo ad esempio quando, sempre in questa sala, Bruno è stato nel 1995 e poi nel 1999 uno dei "testimonial", degli sponsor della presentazione della nostra lista elettorale (era seduto lì, tutte due le volte in prima fila), e poi l’ultima volta, al Palazzo delle Feste di Bardonecchia quando durante la premiazione del Festival io intervistavo Renzo Martinelli, il regista di Vajont, lui era sempre lì in prima fila. E quando lui ti stava a sentire ti piazzava i suoi occhi attenti, brillanti, pieni di vivacità e di luce addosso e non te li staccava più, non si perdeva una sillaba di quello che tu dicevi. Oltre che con le orecchie ti ascoltava anche con gli occhi e con il cuore, oltre che un gran comunicatore era anche un grande ascoltatore. Possedeva quella dote che l’autore del "Piccolo Principe" Antoine de Saint Exupery chiamava "lo sguardo del cuore".

Un film di qualche anno fa, che Bruno avrà certamente visto, forse persino in questa sala, dove fu proiettato in una serata in collaborazione con l’ANPI, "Piccoli Maestri" di Daniele Luchetti, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Meneghello, racconta la storia di un gruppo di studenti universitari vicentini legati al Partito d’Azione che si uniscono ai partigiani che combattono sulle montagne del bellunese. Alcuni critici cinematografici ai quali questo film era piaciuto poco, ricordo che quando uscì scrissero che gli interpreti erano poco credibili per i panni dei personaggi che vestivano perché troppo carini e patinati per essere dei partigiani, di una bellezza dai canoni estetici troppo moderni ed attuali che non poteva corrispondere a quella dei giovani degli anni ’ 40.Ebbene quei critici si sbagliavano. Qualche giorno fa Daniela Vighetti mi ha fatto vedere una foto che ritrae Bruno a 17 anni, in tenuta da partigiano, forse quella foto è stata scattata quando era in montagna. Era sorridente, radioso e soprattutto era bellissimo. Quella bellezza e quella gioventù lui se l’è sempre portata appresso, in tutti gli anni seguenti, perché come ha detto Gigi Richetto nell’orazione funebre, a Bussoleno, Bruno "non ha mai smesso di avere quei 17 anni", è sempre rimasto "giovanissimo nell’animo", come ha scritto Gabriella Tittonel su "Luna Nuova" di ieri.

Pablo Picasso ha detto che "ci vuole molto tempo per riuscire a tornare ragazzi". Bruno non ha mai dovuto percorrere a ritroso quel tempo, perché lui un ragazzo non ha mai smesso di esserlo.

Andrea Galli


3 Aprile 2003

Giovedì 3 aprile a Condove, nell’ambito del Valsusa Filmfest, si terrà un dibattito sul revisionismo in ricordo di Bruno Carli. Molto è stato detto e scritto, specie in valle, su Bruno e non è il caso di ripetere cose conosciute, mi limiterò perciò a precisare alcuni fatti che forse persino molti partigiani valsusini ignorano, dato che egli non ne parlava quasi mai.

Per intanto va detto che non divenne "ribelle" per seguire l’esempio del fratello maggiore Carlo, il primo comandante della "banda" di San Giorio, ma ,anzi, lo precedette in questa decisione perché quando questi giunse a Bussoleno verso il 25 settembre 1943, Bruno collaborava già attivamente fin dai primi giorni (10-12 settembre) con quel gruppo e fu proprio lui ad accompagnare il fratello a Foresto , nella canonica di don Pautasso, il primo giorno di incontro dei dirigenti locali della Resistenza. Nei tanti anni ormai seguiti alla Liberazione, talvolta Bruno è stato presentato come "comandante partigiano" e qualcuno, anche fra di noi, ha seppur timidamente, contestato questo titolo. Ebbene si sbaglia, perché nella sua lunga "carriera" egli percorso tutti i "gradi" fino ad essere nominato, nel novembre 1944, vice commissario di Brigata. E’ vero che al momento della smobilitazione non lo era più, ma ciò per il fatto, anche questo poco noto, che alla fine del gennaio 1045, era andato a far parte dei Gap di Torino. Egli, poiché per la giovane età poteva circolare più facilmente, aveva sempre tenuto i contatti fra la nostra e le varie formazioni della valle, e con i dirigenti di Torino. Era quindi ben conosciuto da essi per le sue capacità ed il suo coraggio e con la loro "raccomandazione" fu inviato a svolgere quella pericolosissima attività di gappista, che, ad esempio, comportava, come raccontava egli stesso, l’incarico di portare armi, nella notte, col coprifuoco tedesco, ed altri compagni, in vista di attentati e sabotaggi in città. Era una vita talmente stressante che, come confessava, non resistendo a quella tensione (aveva pur sempre solo 17 anni) chiese di rientrare in montagna, nella sua brigata, proprio il 20 aprile, alla vigilia dell’insurrezione. Ma il partigiano non era un impiegato statale che, dopo alcuni mesi di distacco ad altro incarico, ritorna al suo posto, alla sua scrivania, alla sua mansione: quando Bruno rientrò da Torino, il suo incarico era stato ormai affidato ad un altro compagno, ed ecco perché al 25 aprile avrà una "qualifica" inferiore. Ma per la verità, a Bruno (ma anche a tanti altri di noi), dei gradi importava ben poco, e anche questo mi dà modo di mettere in risalto un aspetto della sua personalità che sono certo è sfuggita a molti: la sua modestia. Non aveva un carattere facile, Bruno: non sopportava l’ipocrisia e i compromessi della politica, rifiutava ogni revisionismo e l’ardore, la violenza quasi con cui difendeva le proprie idee potevano dare l’impressione, non dico dell’arroganza, ma di una determinazione senza dubbi. Ma questo era solo l’aspetto esteriore; nel profondo aveva invece, non la falsa modestia di chi finge di ignorare il proprio valore, ma quella vera di chi non usa mai le proprie benemerenze per mettersi in mostra, come cercherò di documentare. Era il fratello di un eroe della resistenza, ma non si è mai fatto un vanto di questo e, quando parlava di lui, raramente, non ha mai aggiunto un aggettivo al suo semplice "mio fratello Carlo". Non ha mai esaltato i suoi meriti (e abbiamo visto che ne aveva tanti), nella lotta di Liberazione. Quando parlava ai giovani e agli studenti (e l’ha fatto infinite volte) non l’ho mai sentito usare il pronome "io". (E noi vecchi partigiani cadiamo spesso in questa tentazione). Quando, durante qualche manifestazione, a cui eravamo entrambi presenti, veniva salutato calorosamente da qualcuno, e lui contraccambiava con uguale calore, quando quello se n’era andato, si rivolgeva a me, che lo seguivo come un cagnolino chiedendo: "Ugo, ma chi è quel mona che mi ha salutato?". Vedi? Gli dicevo, "è la caratteristica degli uomini famosi, essere conosciuti da coloro che non si conoscono". Mi fissava per una frazione di secondo, per affermare il concetto, e poi mi dava una spinta sulla spalla: "Ma va là! Esclamava, e si vedeva che era veramente sincero il suo rifiuto di questa celebrità.

Sovente, nascondeva sotto un aspetto addirittura spavaldo, la sua sensibilità, come coloro che mimetizzano la propria timidezza con atteggiamenti aggressivi. Aveva, secondo me, il pudore della modestia. Permettetemi di concludere con un fatto personale. Quando ci siamo visti la prima volta nel settembre ’ 43, lo ricordo come un ragazzo in pantaloni corti e poi, per tutti i venti mesi successivi, l’ho sempre considerato un "fratello minore". A quell’età, cinque anni di differenza sono molti, e mi è anche capitato di cercare di frenare la sua giovanile esuberanza. Poi le nostre strade si sono divise e la sua opera di archivista di documenti storici, di interlocutore delle giovani generazioni, di dirigente dell’Anpi, di protagonista di tutte le nostre manifestazioni partigiane, in una sintesi di "memoria storica della Resistenza in valle di Susa" come l’hanno giustamente definito Chiara Sasso e Massimo Molinero nella dedica del loro bel libro su don Foglia, l’hanno trasformato, ai miei occhi, in un "fratello maggiore" a cui chiedere un parere, ascoltare consigli e stare al suo fianco (proprio come un cagnolino) tutte le volte che era possibile. Ciao Bruno, ci manchi e come tu dicevi spesso: "nel vero senso della parola".

Ugo Berga